Siamo stati, io, Ely ed una altra ventina di amici, tra il 28 agosto ed il 5 settembre, in Armenia, un paese dalla lunga storia, dalle caratteristiche a volte imprevedibili, da un clima meteorologico ed umano decisamente continentale.
L’Armenia è tradizionalmente a noi vicino, come attestano le numerose comunità armene presenti, fino a qualche decennio fa’, in maniera consistente a Roma, Milano, Napoli, Livorno ed ovviamente Venezia, dove ancora oggi ha il suo centro (S. Lazzaro degli Armeni), una comunità monastica – forse l’unica e l’ultima – armena.
Viaggiare in compagnia di persone (c’erano i miei cognati Tagliapietra, Gigi e Roberta Res, amici di Villa Nazareth) tutte già conosciute aiuta molto a fare gruppo ed a creare un clima di confidenza e di reciproca sopportazione, per cui il viaggio è iniziato bene e proseguito meglio.
Ai piedi del Monte Ararat, alto quasi 5.200 metri, dove secondo la tradizione riprese terra l’arca di Noè, si trova un paese nel quale coesistono aree desertiche e foreste, monti brulli ed altissimi e valli profonde, incavate dal lavorio dell’acqua che vi gorgoglia permanente, con i segni visibili delle numerose dominazioni (persiani, romani, ottomani, russi), a loro volta segnati dalla testimonianza di una religiosità antica, che si manifesta nelle numerose e pittoresche chiese e negli immancabili hachkhar (croci di pietra) presenti ovunque in grande quantità e bellezza.
Abbiamo incontrato e conosciuto il Katholicos Kareghin II, nella sua sede apostolica di Echmiadzin (il Vaticano Armeno) e partecipato, assieme al nunzio Apostolico Mons. Claudio Gugerotti (veronese conosciuto negli anni passati a Villa Nazareth), alla solenne liturgia accompagnati da canti liturgici di straordinaria bellezza.
Sarebbe troppo lungo elencare e commentare tutto quel che abbiamo visto, mi limito a riportare (in anteprima per voi, perché è stato scritto per essere pubblicato sul periodico di Villa Nazareth) un breve racconto di un episodio, che indica molto bene il clima del viaggio e le sorprese che un ambiente poco conosciuto può riservare.
INCONTRI IMPREVISTI NEL CUORE DELL’ARMENIA
C’è sempre un momento, nel corso del viaggio, che resta nella memoria e nel ricordo con una evidenza particolare.
In Armenia, questo momento si è realizzato in maniera spontanea, non programmata e neppure prevista, quando abbiamo visitato il paese e la Chiesa di Odzun .
Già l’arrivo è stato particolare: abbiamo dovuto abbandonare il pullman e salire su mezzi più piccoli ed agili per raggiungere, percorrendo alcuni chilometri di una strada stretta e piena di buche ed avvallamenti, un altipiano a circa 1.500 metri di altitudine (immaginate di accedere all’Altopiano di Asiago da un costo di Rotzo particolarmente dissestato, stretto e disseminato di buche e voragini).
Nel cuore del paesino, delimitato da un muro basso, si erge la Chiesa del VII secolo, circondata dal cimitero dove convivono i segni di storie e culture diverse: croci di pietra, falci e martelli, armi di militari morti, foto di eventi drammatici stampate sulle lapidi.
Accompagnati da Rosanna, la nostra guida, ci siamo avvicinati alla costruzione, cogliendone le caratteristiche costruttive, le linee architettoniche semplici e suggestive, entrando poi nella fresca penombra dell’ambiente di ingresso, dello scriptorium, della biblioteca e dell’aula liturgica vera e propria.
Non era la prima Chiesa che visitavamo, ma questa aveva una caratteristica particolare e non usuale: c’era anche un prete.
Rosanna ha illustrato le caratteristiche dell’edificio, ha scambiato qualche parola in armeno con il prete e questi, vedendo il nostro attento interesse, ha voluto mostrarci alcuni ritrovamenti sulle pareti, emersi proprio in quei giorni dai lavori di pulizia: alcune scritte, dei disegni, una croce.
Si è creata una corrente di confidenza: noi ci siamo resi conto della difficoltà ma anche dell’amore con il quale quel prete coltivava la sua chiesa e la sua missione, lui deve aver capito che non eravamo forse i soliti turisti, frettolosi ed interessati solo alla esteriorità.
Ed è nato così, quasi casualmente, l’idea di un momento di preghiera insieme.
Il prete ha intonato il Padre Nostro in lingua armena, cantandolo con la melodia solenne ed un po’ malinconica della musica liturgica, noi abbiamo intonato a nostra volta il Pater Noster e la Salve Regina in gregoriano.
Non so se è stato veramente così, ma a me è sembrato che, in quella Chiesa fuori dal mondo, nel silenzio che ci circondava, il nostro canto sia state intenso, partecipato ed intonato come non mai.
Con la preghiera finale in una lingua a noi ignota il prete armeno ha chiesto allo stesso Dio al quale ci rivolgiamo anche noi le stesse cose che chiediamo con gratitudine nei nostri momenti di preghiera: pace e salute per noi, per le nostre famiglie, per la nostra comunità, per tutti.
All’uscita dalla Chiesa, dietro il monastero, affacciata su un muro semidiroccato, una bimba di non più di sette/otto anni, dopo aver saputo che eravamo italiani, ha alzato i pugni in segno di esultanza salutandoci con un “campioni del mondo!” che, confesso, ci ha non poco inorgogliti!!